lunedì 8 dicembre 2008

1 Moja, 2 Mbili, 3 Tatu...








Abbiamo preferito alloggiare in una casa privata, hanno scelto per noi una bella casa immersa in un meraviglioso giardino, è vicino al centro del paese, e volendo possiamo arrivare all'orfanotrofio anche a piedi. Siamo protetti da un altissimo muro di cinta, tante serrature con lucchetto e un guardiano notturno. D'altronde per i locali siamo turisti e quindi preda per chi ha fame. E' triste, ma è così. L'angelo della nostra casa sarà per quindici giorni la dolcissima Katrina, africana un pò atipica nel modo di pensare, sempre delicata e discreta, con a seguito i suoi due bellissimi bambini, Moses e Daniel.
Ci sistemiamo nelle camere, svuotiamo le valige e andiamo a cena in un ristorante locale, frequentato da Kenyoti e residenti.


Fa giorno presto, saranno state le cinque del mattino quando la luce intensa inonda la nostra stanza, non ci sono tapparelle alle finestre, in realtà non ci sono nemmeno i vetri, ma solo un 'inferriata, la zanzariera doppia e una tenda in tessuto con stampe tipiche. Per giorni alle sette di mattina ci svegliamo con grida ritmate che provengono da dietro il muro di cinta, sembra una preghiera, forse un rito animista, scopriamo poi che si tratta di un allenamento di Karate nella palestra a cento metri da casa. Ora, a me già fa strano che ci sia una palestra, figuriamoci se potevo pensare al Karate.

Il programma del nostro soggiorno prevede:
- stare con i bimbi più tempo possibile;
- capire quale sia il modo migliore per spendere i 2500 euro raccolti in Italia con varie iniziative;
- verificare lo stato dei lavori del nuovo orfanotrofio e farci fare un nuovo preventivo per ultimare i lavori dei dormitori;
- acquistare un terreno per un'attività futura.

I bimbi sono felici di rivederci, e ci assalgono al nostro arrivo, ognuno di loro vuole stringerci la mano, qui i baci si usano poco, e litigano fra loro per chi deve portare le nostre borse. Non puoi negarglielo, si offenderebbero e allora lasci che si carichino degli zaini anche se sono pesantissimi, gli affidi la fotocamera, pagata faticosamente a rate, anche se hanno solo tre anni e la trascineranno e sbatteranno sul tavolo. Questo è il loro Karibuni (benvenuti)

Sono sorpresi e molto divertiti nel sentirmi parlare kiswahili.

In kenya le scuole si fermano un mese ogni tre e novembre è mese di scuola. Troviamo solo i piccoli sotto i sei anni, gli altri sono a scuola, tornano dopo mezzogiorno per il pranzo e per le due tornano a lezione. Il cuoco e gli inservienti preparano il pranzo, ugali e verdure, le mamy accudiscono i neonati, alcune donne stendono tanti coloratissimi abiti ad usciugare sui lunghissimi fili che vanno da un capo all'altro del giardino, i piccoli fanno lezione come nei nostri asili, imparano a contare dai giochi, oggi il più bravo sarà chi raccoglie più foglie cadute e le mette nel secchio senza sbagliare il conteggio.


Il pranzo è pronto, i grandi pochi per volta tornano da scuola, naturalmente, (sembra di essere in un college inglese) ognuno di loro ci stringe la mano e si avvia a mangiare, i piccoli tolgono la divisa, si lavano, o almeno quella è l'intenzione e cominciano a saltellare sotto i fili di panni stesi troppo in alto per riuscire a tirar giù la loro maglia o il pantalone preferito. Fanno tenerezza, non chiedono aiuto ai grandi, ne tantomeno i grandi nei paraggi si preoccupano di aiutarli, si vede che sono abituati a doversela cavare da soli e allora girano e girano pensando a come possono arrivarci, chi usa un bastone, chi sale su una sedia, chi si fa sollevare da un compagno troppo piccolo e esile per riuscire nell'intento. Non resisto, li aiuto.

Piergilulio e Riccardo intanto, intrattengono quelli che aspettano il loro turno...




2 commenti:

Annabell ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Annabell ha detto...

Aspettavo il segutio della storia..
ho guardato attentamente le foto, anche quelle di "la nostra Africa" e devo dire che fanno venir voglia di partire.
Nelle parole e nelle immagini si sente tanta passione e soprattutto Amore, quello con la A maiuscola.
Ti ammiro davvero.